Sunday, September 17, 2017

Rancor Born of a False Sense of Entitlement

24ª Domenica in Tempo Ordinario
17 settembre 2017, in Prada
Sir 27:30-28:7
Rom 14:7-9
Mt 18:21-35

Sia lodato Gesù Cristo!

“Ricòrdati dei comandamenti e non aver rancore verso il prossimo, ricòrdati dell'alleanza con l'Altissimo e non far conto dell'offesa subìta.”

Il Libro del Siracide illustra bene la definizione che si trova nel dizionario Treccani del peccato denominato: rancore (Sentimento di odio, sdegno, risentimento profondo, non manifestato apertamente, ma tenuto nascosto e quasi covato nell’animo). In questo senso, le letture di questa 24ª Domenica in Tempo Ordinario hanno implicazioni per quasi tutti noi quando si parla del rancore. Direi, anzi, esagerando da poco che non c’è peccato più comune nel cuore dei cristiani di quello del rancore. Questo si vede chiaramente nell’atteggiamento ingrato e vendicativo del servo malvagio nel Vangelo di oggi che, nonostante il generoso perdono del suo debito da parte del suo padrone, non riusciva a liberarsi dall’oddio verso il suo compagno. Questo malvagio, per non aver perdonato al compagno un debito da poco, ha provocato il padrone di tornare indietro sulla sua decisione e di punire duramente lui, il rancoroso.

“Ricòrdati della tua fine e smetti di odiare, ricòrdati della corruzione e della morte e resta fedele ai comandamenti.”

Colpevoli di aver nutrito odio nel cuore verso il prossimo, molti tra di noi ci comportiamo ciononostante come impuniti. Spesso induriti di cuore, non ci accorgiamo del fatto e non sappiamo nemmeno come confessare questo peccato. È la vecchia storia dell’uomo che si presenta a confessarsi una volta all’anno dicendo che praticamente non ha nulla da confessare. Non è così tanto che si vanta di essere più bravo degli altri, ma nemmeno peggio di loro. Egli insiste che va sempre in chiesa e non ha mai rubato o ammazzato nessuno. Come confessori siamo naturalmente senza parole e stiamo lì con bocca aperta davanti ad una tale ignoranza del non pentito di se stesso e dei propri difetti e veri peccati. È un esempio chiaro nell’altro della durezza di cuore.

Forse il tragico di questo si rivela non proprio a livello dell’individuo ma come impostazione comune di una società o di certi ambienti dentro la Chiesa dove risulta che è subentrata a livello della collettività quasi la stessa mentalità del nostro uomo che si presenta in confessione con niente da confessare. Voglio dire che esiste in società un clima o un atteggiamento che nega conseguenze nell’al di là per l’individuo a motivo delle sue parole, atti e omissioni. V’è gente, anche qualche teologo (sacerdote o vescovo) che nega non tanto l’esistenza dell’Inferno ma l’idea che vi siano quelli che finiscono lì per tutta l’eternità. Per chi sia di questa mentalità, anche se fosse cosciente dei propri peccati, le conseguenze o il peso dei suoi delitti non può essere di una tale gravità ad occasionare una rottura definitiva e completa con il buon Dio. Non pensano di poter provocare Dio a quel punto di rischiare un posto riservato pur basso nel Regno dei Cieli. Alcuni negano l’inferno come condanna anche ai peggiori tra gli uomini della storia che hanno mai esistito sulla terra. Si illudano così.

Lascio in disparte il caso di altri delitti, come quelli di chi ammazza per l’aborto o per l’eutanasia. Voglio concentrarmi solo un momento sul caso del rancore. Mi riferisco a questo oddio o risentimento profondo, non manifestato apertamente, ma tenuto nascosto e quasi covato nell’animo. Si vede dalla prima lettura che già dai tempi dell’Antico Testamento il rancore come tale fu condannato. In Cristo Gesù la cosa diventa ancora più esigente in termini del perdono che dobbiamo al prossimo. È per l’amor di Dio che dobbiamo altrettanto in rispetto al nostro vicino. La consapevolezza della bontà di Dio nei nostri confronti ci spinge a perdonare gli altri sempre e senza tergiversare. Vi sono quelli che contrappongono la giustizia alla misericordia o alla carità di Cristo. Non è così e la parabola del servo rancoroso dimostra perché. L’interessa del disgraziato condonato così tanto non poteva essere la smania di poter ricuperare quella sciocchezza dovuta a lui dal collega. Non, egli nutriva un odio verso quell’altro per qualche motivo e voleva colpirlo. Giustizia non entra nemmeno nel calcolo. Non conosciamo l’offesa del collega verso di lui, vediamo solo quel rancore che rappresenta il vero oltraggio davanti a Dio.

Dobbiamo esaminare i nostri motivi e le nostre attese. Chi possiede Dio nell’amore di Cristo non si lascia provocare facilmente e non pensa di ristabilire nel proprio favore una giustizia immaginata “occhio per occhio” o “dente per dente”. Chi si rende consapevole del riscatto pagato per la mia vita per Gesù in Croce non può avere quel sentimento di odio, sdegno, risentimento profondo, non manifestato apertamente, ma tenuto nascosto e quasi covato nell’animo, che si chiama rancore.

“‘Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?’ E Gesù gli rispose: ‘Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.’”


Sia lodato Gesù Cristo!



PROPERANTES ADVENTUM DIEI DEI


Thursday, September 14, 2017

I know my Redeemer lives! S. Euphemia on her Feast

Festa Patronale di S. Eufemia
16 settembre 2017 in Teglio
Siracide 51: 1-8
1 Pietro 4: 12-19
Matteo 10: 28-33

Sia lodato Gesù Cristo!

“Mi assalivano dovunque e nessuno mi aiutava; mi rivolsi per soccorso agli uomini, ma invano. Allora mi ricordai delle tue misericordie, Signore, e delle tue opere che sono da sempre, perché tu liberi quanti sperano in te, li salvi dalla mano dei nemici.”

Solo una bambina, vero? S. Eufemia! Se si tratta delle vergini-martiri dei primi secoli della Chiesa, come S. Eufemia, o pensando alle piccine dei nostri tempi, come Santa Maria Goretti, canonizzata da Papa Pio XII, se riflettiamo sul sacrificio abbracciato da queste ragazzine in tenera età, gli adulti tra noi provano spesso nell’intimo del cuore dei sentimenti contrastanti, per non dire altro. Negli atti del martirio di queste bambine, si raccontano dei loro aguzzini che erano (anche se uomini iniqui) sconvolti dal coraggio e dall’innocenza delle loro vittime. Per noi è importante come ci mettiamo di fronte al sacrificio supremo per amor di Cristo di una ragazza preadolescente come S. Eufemia. La festa ci spinge a riflettere sulla nostra fondamentale scelta di vita davanti al Dio che verrà per giudicare i vivi e i morti.

“Carissimi, non siate sorpresi per l'incendio di persecuzione che si è acceso in mezzo a voi per provarvi, come se vi accadesse qualcosa di strano. Ma nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare. Beati voi, se venite insultati per il nome di Cristo, perché lo Spirito della gloria e lo Spirito di Dio riposa su di voi.”

Oggi è festa parrocchiale e questa da 900 anni qui in Teglio! Sarebbe interessante poter documentare i temi trattati nelle prediche nel corso degli anni in cui la parrocchia, in questo giorno, ha potuto festeggiare la sua santa patrona così piccola e coraggiosa. I santi ci offrono non solo un esempio da seguire (cosa sempre difficile trattandosi di martiri), ma aiutano d’inquadrare la nostra vita in Gesù Cristo. Noi facciamo parte della comunione dei santi e questo a nostro profitto, non solo per quanto la vita di un santo ci ispira e per l’incoraggiamento che ci dà, ma per la comunione stessa che rende più chiaro in che consiste la vera fede in Cristo. La fede cristiana non è una cosa solitaria e volontaria. La fede in Gesù trova il suo contesto giusto dentro la Chiesa in una vita vissuta non solo al momento, in famiglia o in parrocchia, ma inserita nella storia con tutti quelli chi ci hanno preceduto nella fede e che ora pregano per noi davanti al Trono dell’Altissimo, cioè con i santi.

Chi non ha fede in Dio e nella Sua Chiesa è capace di voltare le spalle a S. Eufemia sgridando per lo spreco di una vita umana. La ragazza avrebbe potuto godersela, no? Ma godersi che cosa? I valori nostri cristiani, che danno l’impronta alla nostra vita, non sono quelli di questo mondo, che molti ritengono di essere un mondo senza Dio attivo e partecipante nella nostra vita, cioè molti oggi professano una vita senza al di là, arginata dalla culla e dalla tomba. La Chiesa ha sempre vissuto in un traguardo con un’ampiezza sterminata, illimitata per virtù del nostro destino in Dio che ci ama e ci chiama a vivere per Lui oggi e domani, per poter vivere con Lui nella gioia per sempre.

Per la Chiesa Universale non è solo da 900 anni ma dal doppio di quel tempo che riflettiamo sul sacrificio di S. Eufemia. Riflettiamo sulla scelta radicale e libera fatta da questa ragazza nel contesto di una vita, pur breve, ma vissuta integralmente per amor di Dio.

“È giunto infatti il momento in cui inizia il giudizio dalla casa di Dio; e se inizia da noi, quale sarà la fine di coloro che rifiutano di credere al vangelo di Dio? E se il giusto a stento si salverà, che ne sarà dell'empio e del peccatore? Perciò anche quelli che soffrono secondo il volere di Dio, si mettano nelle mani del loro Creatore fedele e continuino a fare il bene.”

Bisogna rendersi conto che dal come viviamo ogni momento della nostra vita diamo testimonianza alla verità fondamentale che la nostra vita umana è una che viviamo stando davanti al tribunale di Dio Altissimo. Per quello che facciamo, per quello che diciamo, per le nostre mancanze saremo giudicati da Dio al momento della nostra morte e poi alla fine dei tempi e per l’eternità. La nostra vita in questo mondo grava, pesa, ha importanza molto al di là di quello che possiamo immaginare. La bambina Eufemia sapeva questo. Grazie al dono della fede, essa non conosceva nessuna crisi esistenziale come se fosse insignificante la sua vita. Eufemia si capiva figlia di Dio e infinitamente amata da Lui. Ricordo di me stesso, come bambino piccolo, di aver avuto un senso o consapevolezza della mia appartenenza a Dio. Forse ero meno consapevole dei miei difetti e peccati, ma in tenera età vivevo fiducioso nel piano di Dio in Cristo, un piano paterno ed amoroso per me personalmente come ero, cioè rinato per acqua e dello Spirito Santo nel Battesimo. Credo simile l’esperienza di S. Eufemia, solo in lei vissuta in maniera più perfetta, più limpida, più onesta e meno complicata che in me.

Noi adulti, a volte, manchiamo nel nostro dovere verso i piccoli: genitori verso i propri figli già nell’infanzia e chi insegna, se parroco o insegnante, nei nostri doveri verso questi in età scolastica e nella gioventù, affidata a noi come sono. Va tenuto presente sempre, che la proclamazione del Vangelo che conta di più per la salvezza del mondo non è la predica che si sente in Chiesa e non è neppure l’ora di religione a scuola, ma è la comunicazione del senso della presenza del Dio vivente in e per la nostra vita che abbiamo ricevuto dai nostri genitori in casa. L’esperienza di Dio mediata in famiglia è quella essenziale e primaria. Tutto il resto segue o offre una povera supplenza all’opera di mamma e papà.

Festeggiamo oggi S. Eufemia e raccomandiamo alla sua intercessione non solo la gioventù di oggi ma anche i genitori. Siamo posti in questo mondo proprio per rendere possibile la ripetizione in tempi duri della meravigliosa testimonianza offerta da S. Eufemia. Nessuno tra famiglia e comunità cristiana ha spinto la ragazza al sacrificio della propria vita, ma dall’altra parte nessuno in famiglia o appartenente alla comunità cristiana ha negato alla piccina l’annuncio della buona novella dell’inestimabile amore di Cristo per lei. La grande verità che è Dio in Cristo ha fatto il resto per libera scelta della bambina. È pur vero che nonostante il disprezzo di quelli nel mondo venduti al diavolo i martiri di ogni tempo e di ogni luogo si sono affrettati all’incontro con lo Sposo nelle nozze del Regno Celeste. L’inferno attende chi si associa con questi mondani negando ai più piccoli la conoscenza del Dio vivente in Cristo Gesù.

“È giunto infatti il momento in cui inizia il giudizio dalla casa di Dio; e se inizia da noi, quale sarà la fine di coloro che rifiutano di credere al vangelo di Dio? E se il giusto a stento si salverà, che ne sarà dell'empio e del peccatore? Perciò anche quelli che soffrono secondo il volere di Dio, si mettano nelle mani del loro Creatore fedele e continuino a fare il bene.”


Sia lodato Gesù Cristo!



PROPERANTES ADVENTUM DIEI DEI

Tuesday, September 12, 2017

Entrustment through Appeal to the Name of Mary

Heilige Messe Mariä Namen
12. September 2017 - St. Pelagiberg

Sir 24, 23-31
Lk 1, 26-38

«Ich bin die Mutter der schönen Liebe und der Gottesfurcht, der Erkenntnis und der heiligen Hoffnung. In mir ist alle Gnade des Weges und der Wahrheit, in mir alle Hoffnung des Lebens und der Tugend.»

Mariä Namen – Ein Fest, das ich erst als Erwachsener kennengelernt habe, als ich damals in Wien war, und das wegen 1683. Wenn ich an die Schlacht bei Wien im Jahre 1683 denke, als die türkischen Eroberer vor den Toren Wiens besiegt wurden, dann frage ich mich, ob wir nicht auch heute einen Helden wie Jan Sobieski brauchen würden. Brauchen wir nicht einen grossen Kämpfer, der uns mit der Unterstützung der Gottesmutter hilft, aus unserer Mitte die Mächte und Gewalten zu entfernen, welche unseren christlichen Glauben bedrohen? Sollten wir nicht um eine solche Gnade bitten? Ich antworte Ja, es braucht auch heute einen Helden, ein Werkzeug Gottes, um den Feind, der die katholische Kirche zerstören will, von unserer Türe wegzujagen.

Beim Gebet während meinen Betrachtungen denke ich oft an den Heiligen Namen Jesu, der mich immer angezogen und inspiriert hat. Und ganz ähnlich finde ich Trost und Bereicherung beim Betrachten des Namens der Mutter Gottes. Die Namen von beiden sind ausserordentlich bedeutungsvoll! Mit einer inneren Notwendigkeit berühren die Namen des Erlösers und derjenige Marias, der Königin der Engel, die Herzen der Glaubenden. Wenn wir zu den heiligen Namen Zuflucht nehmen, werden wir nie die Hoffnung verlieren. Ich glaube, dass eine herzliche Verehrung der heiligen Namen von Jesus und Maria für uns alle unabdingbar ist.

Mariä Namen: Das Fest, das auf den heutigen Tag fällt, bekommt seine hauptsächliche Bedeutung vor allem im Zusammenhang mit dem Fest der Geburt Marias, welches wir am 8. September gefeiert haben. Für den Westen und besonders auch für die Stadt Wien liegt der Akzent aber bei der Erinnerung an die Schlacht am 12. September 1683, als die polnischen Truppen unter dem Kommando von Jan Sobieski die Türken besiegten, welche nicht nur vor den Toren Wiens waren, sondern drohend eigentlich vor den Toren des christlichen Abendlandes standen.

Es ist nicht meine Absicht heute von der Flüchtlingspolitik zu reden, sondern ganz generell von der Bedrohung, die heute durch die Macht des Bösen auf uns zukommt. Ich möchte damit nichts anderes sagen, als dass es auch für uns heute dringend ist, den Namen Marias um Fürbitte anzurufen. Möge die Mutter ihren Sohn um Hilfe für die katholische Kirche bitten. Ich sage das nicht nur, weil unser Glaube stark von aussen bedrängt ist (was man sicher auch deutlich sagen muss), ich sage es auch, weil die Kirche von innen her bedroht ist, vom Teufel und zwar durch die Lauheit unter uns und durch das Übel.

Sicher kann man sich fragen, ob die Empfindungen unserer modernen Welt den Wunsch nach einem starken Helden, nach einem mächtigen Kämpfer in der Schlacht, überhaupt zulassen. Da lohnt es sich, die geschichtlichen Beispiele für ein solches Eingreifen zu betrachten: z.B. die Seeschlacht von Lepanto oder die Belagerung Wiens mit ihrem Bezug zum Namen Marias.  

In allen Jahrhunderten gibt es Beispiele, wo unsere himmlische Mutter Maria der Kirche zu Hilfe gekommen ist. Nicht selten war das auf kriegerische Weise geschehen. Offensichtlich hat sie nun aber eher eine Vorliebe für die kleinen Helden und Heldinnen gezeigt: Die Heilige Bernadette von Lourdes und vor 100 Jahren die Hirtenkinder von Fatima. Vielleicht tönt das Kriegsvokabular in unserem geschichtlichen und kulturellen Umfeld etwas fremd. Aber vielleicht ist das Bild einer militärischen Bedrohung durch einen Feind, der in unserer Nähe lagert, für die Kirche unserer Tage gar nicht so unpassend.

«Ich bin die Mutter der schönen Liebe und der Gottesfurcht, der Erkenntnis und der heiligen Hoffnung. In mir ist alle Gnade des Weges und der Wahrheit, in mir alle Hoffnung des Lebens und der Tugend.»

Ich glaube, letztendlich ist es besser, dass wir die Entscheidung darüber, wie die Mutter Gottes die Bitten ihres im Glauben bedrohten Volkes erhört, ihr selber überlassen! Wichtig ist, dass wir nicht nachlassen mit den Bitten an den Namen Marias. Sie ist uns als Mutter der Kirche Zuflucht und Hort. Es ist wichtig, dass wir uns wie Söhne und Töchter verhalten, wie Menschen, die sich der Mutter der schönen Liebe und der Gottesfurcht, der Erkenntnis und der heiligen Hoffnung geweiht haben.

Wir wissen es aus der Geschichte – Wien und zusammen mit dieser grossen Stadt der ganze christliche Westen wurden damals vor der Vernichtung des christlichen Glaubens gerettet. Dies trotz der Passivität und Bosheit der Stadt und ihrer Bewohner. Doch wenn der König von Polen nicht rechtzeitig angekommen wäre, um die Türken in die Flucht zu schlagen, so hätte die Stadt kapitulieren müssen. In Anbetracht der Bedrohungen des Glaubens, denen wir heute gegenüberstehen, frage ich mich schon, weshalb wir eine solche Zurückhaltung, ein solches Misstrauen dem Glauben gegenüber haben. Warum schätzen wir so wenig den unbezahlbaren Schatz der Kirche Christi und die Vertrautheit mit dem Herrn, unserem Erlöser? Kehren wir zurück zur Idee der Zuneigung, die wir zum Namen Marias haben müssen. Das heutige Evangelium ruft uns mit grosser Eindringlichkeit die Namen des Erzengels Gabriel, Marias, des heiligen Josef, von Elisabeth und von Jesus selbst in Erinnerung. Und so müsste es sein. Diese Namen und Personen müssten uns ganz vertraut sein.

Die Schwäche und Hoffnungslosigkeit des damaligen Wien waren in Tat und Wahrheit eine Schwäche im Glauben an den rettenden Gott. Ich bin mir nicht sicher, ob die Wiener der damaligen Zeit zu einem Gebetssturm angesetzt haben, wie es für gute Katholiken angemessen gewesen wäre. Für mich ist genau das das Drama unserer Zeit und unsere Gefahr: Immer wieder begegnen wir heute einem ähnlichen oder noch schlimmeren Unglauben als damals im Jahre 1683. Maria hat Wien und das Abendland überrascht und durch Sobieski gerettet. Die Lage des Abendlandes heute bereitet nicht weniger Sorge. Die Zurückhaltung seitens vieler Erwachsener ist zu beobachten. Es kommt nicht selten vor, dass die Kinder und Jugendlichen nicht einmal von den Namen Jesu und Marias gehört haben. Und das alles mit dem Feind vor unserer Türe.

Ich möchte nicht zu pessimistisch sein und auch nicht zu lange werden. Mit Zuversicht Jesus und Maria namentlich anzurufen, sollte unsere Tage bestimmen. Es tut uns gut am 12. September, an die Freude zu erinnern, die uns der Name Marias schenkt und an unsere Pflicht, die Freude und die Kraft, die dem Namen der Mutter Gottes entspringen mit allen zu teilen, besonders mit den Kleinen. Lassen wir nie nach, besonders die jungen Eltern zu ermutigen, ihre Kinder mit den heiligen Namen von Jesus und Maria vertraut zu machen.

«Ich bin die Mutter der schönen Liebe und der Gottesfurcht, der Erkenntnis und der heiligen Hoffnung. In mir ist alle Gnade des Weges und der Wahrheit, in mir alle Hoffnung des Lebens und der Tugend.»

Gelobt sei Jesus Christus!


„O Maria, ohne Sünde empfangen, bitte für uns, die wir unsere Zuflucht zu dir nehmen!“




Wearing Our Lady's Colors


Rheinau – Fatima Feier – 13. September 2017

Kol. 3,1-11
Lk 6,20-26

Gelobt sei Jesus Christus!

„Ihr seid mit Christus auferweckt; darum strebt nach dem, was im Himmel ist, wo Christus zur Rechten Gottes sitzt. Richtet euren Sinn auf das Himmlische und nicht auf das Irdische! Denn ihr seid gestorben und euer Leben ist mit Christus verborgen in Gott.“

Die Lesungen des heutigen Tages passen sehr gut zu unserer Feier des 13. Septembers im Jubiläumsjahr „100 Jahre Erscheinungen in Fatima“. Das Eingreifen der Mutter Gottes in die Geschichte im Jahre 1917 geschah durch drei kleine Hirtenkinder und diente unter anderem dazu, der unter der Zerstörung und der Sünde des ersten Weltkrieges leidenden Welt neue Hoffnung zu geben. Die Immakulata forderte und ermutigte die drei kleinen Zeugen zu einem tieferen Bewusstsein der Würde der auf Christus getauften Menschen. Die Welt, die auf den Untergang zusteuerte und fern von Gott war, eine Welt, die zu viel wollte und daher alles verlor, diese Welt bedurfte der Wiederentdeckung des in Christus geschenkten Reichtums. Diesen Reichtum entdecken und erlangen wir durch ein der Busse geweihtes Leben. Im heutigen Evangelium sehen wir in den Seligpreisungen ein wunderbares und eindrückliches Bild eines solchen Lebens. Ich möchte dabei unseren Blick, mit Respekt vor den irdischen Dingen,  vor allem auf die Armut lenken und auf den Hunger und das Verlangen nach den Himmlischen Gütern.

Ich möchte den Beitrag von Fatima zu diesem Weg zusammenfassen mit den Worten der Mutter Gottes:

“Opfert euch auf für die Sünder und sagt oft, besonders wenn ihr ein Opfer bringt: O Jesus, das tue ich aus Liebe zu Dir, für die Bekehrung der Sünder und zur Sühne für die Sünden gegen das Unbefleckte Herz Mariens.“ (Fatima, am 13. Juli 1917)

Ich habe diese Worte gefunden auf dem Umschlag einer kleinen Broschüre, welche mir von der Legio Mariens – Schweiz anlässlich der Hundert-Jahr Jubiläums der Erscheinungen der Mutter Gottes in Fatima geschenkt wurde. Ebenfalls in diesem Heftchen ist die Botschaft von Fatima in einer kurzen Zusammenfassung dargelegt. Die Anliegen der Muttergottes, die sie vor 100 Jahre über die drei Seherkinder mitteilen wollte und wozu man sich, dank Fatima, auch heute noch verpflichten kann und sollte, werden in einer einfachen Liste dargestellt:
  • ·       Die entschlossene Umkehr;
  • ·       die treue Erfüllung der Gebote Gottes und der persönlichen Standespflichten;
  • ·       der regelmässige Empfang der Sakramente;
  • ·       das standesgemässe Apostolat, besonders das stellvertretende Beten und Opfern;
  • ·       die Verehrung des Unbefleckten Herzens Mariens (und hauptsächlich das auf vier Wegen)

1.                durch die persönliche Weihe an Maria
2.  durch das meditative Gebet, vor allem des Rosenkranzgebetes und der Sühnegebete
3.                durch die Praxis der Herz-Mariä Sühnesamstage
4.                durch das Tragen des Braunen Skapuliers.

In meinem Sommerurlaub habe ich mich neu mit dem Braunen Skapulier befasst und ich muss sagen, dass es wirklich ein für unsere Tage geeignetes Mittel ist. Ich kann Ihnen dafür 3 Gründe nennen:

1.     das Tragen des Braunen Skapuliers ist ein einfacher Akt des Gehorsams. So wie der Prophet Elischa vom grossen syrischen Feldherrn Naaman nur verlangt hat, dass er sich im Fluss wasche, um von der damals unheilbaren Krankheit der Lepra geheilt zu werden, so könnte auch heute die Aufforderung zum Tragen des Skapuliers verstanden werden als Aufforderung zu einem einfachen Akt des Gehorsams zu unserem Heil.

2.     Das Skapulier wird in der karmelitanischen Frömmigkeitsliteratur beschrieben als ein von der Mutter Gottes überreichtes Livree, d.h. eine die Zugehörigkeit zur Herrin ausdrückende Amtskleidung eines Edelmannes. Das Skapulier ist also ein durchaus romantisches Zeichen. Wie der Mittelalterliche Edelmann in der Schlacht die Farben seiner Herrin trug, so trägt der Christ im Kampf gegen das Böse das Skapulier, welches seine Zugehörigkeit zur Mutter Gottes zum Ausdruck bringt.

3.     Dieses kleine Stück Wolle in brauner Farbe erinnert an das Bussgewand und weist so auf die sich selber freiwillig auferlegte Busse als einzigen wahren und wirklichen Zufluchtsort gegen die Nachstellungen des Teufels.

Vielleicht fragen Sie sich, warum ich nun gerade für dieses kleine Stück Stoff Werbung mache? Es ist ganz einfach deshalb, weil ich auch heute die Notwendigkeit sehe, etwas Konkretes zu haben, um die Ketten des Bösen zu durchbrechen in einer Welt, die von den Armen des Bösen umschlungen ist.

Den Gehorsam gegenüber den 10 Geboten und den Geboten der Kirche kann man immer tun. Aber es scheint so, dass wir heute damit wenig Erfolg haben. Es scheint mir besonders aktuell und sinnvoll zu sein, die im Herzen jungen und romantischen Menschen zu ermutigen, im Kampf gegen Satan die Farben der einzigen und wahren Edeldame zu tragen, die Farben der Jungfrau Maria. Wenn es den eifrigen Katholiken der Vergangenheit nicht möglich war, in einen Orden einzutreten und ein gottgeweihtes Leben zu führen, so trugen Sie ein Büsserhemd und bemühten sich darum, die ihrem Lebensstand angemessenen Bussübungen und geistlichen Verpflichtungen zu erfüllen, besonders das stellvertretende Beten und Opfern. Das Tragen des Skapuliers verlangt keine grosse Bussübungen und fast nur eine symbolische Anstrengung – aber es ist doch eine reale und konkrete Tat.

Wir feiern 100 Jahre Fatima. Aber im Bewusstsein der dringenden Notwendigkeit, unser Leben wieder neu nach den Seligpreisungen auszurichten, möchte ich auch einige Wehe-Rufe in Erinnerung rufen, welche der Herr im Lukasevangelium ausspricht:

«Aber weh euch, die ihr reich seid; denn ihr habt keinen Trost mehr zu erwarten. Weh euch, die ihr jetzt satt seid; denn ihr werdet hungern. Weh euch, die ihr jetzt lacht; denn ihr werdet klagen und weinen. Weh euch, wenn euch alle Menschen loben; denn ebenso haben es ihre Väter mit den falschen Propheten gemacht.»

Das Braune Skapulier könnte das Hilfsmittel sein, was uns alle wieder zum Knien bringt. Es könnte das Hilfsmittel sein, das unsere Herzen dem Bösen entreisst und sie auf das Gute hin ausrichtet.

Als ich in diesen Sommerferien zu Hause in den Vereinigten Staaten war, hatte ich eine interessante Begegnung. Ich war gerade in einem Gespräch mit einem Geschäftsmann, der sich über die Unbeständigkeit und Unzuverlässigkeit der heutigen Jugend, der sogenannten „Millenials“, beklagte. Da kam gerade ein solcher junger Mann auf mich zu und wollte mich kennenlernen. Sofort erzählte er mir, was sein Onkel von mir gesagt hat und wie er begeistert sei von diesem Onkel und wie er diesen freiwillig begleite zur täglichen Messe und auch gelegentlich zur Beichte. Dabei kritisierte er auch seine Eltern, die viel zu streng gewesen seien. Da ich aber seine Familie kannte, besonders seine Grosseltern, wusste ich, dass diese nie Rigoristen waren, sondern einfach nur normale Katholiken. Dieser „Millenial“ hat in seinem Onkel denselben Eifer gefunden, den auch seine Eltern hatten. Den gleichen Impuls, sich den Sakramenten zu nähern, den er bei seinen Eltern noch zurückgewiesen hat, hat er nun bei seinem Onkel angenommen. 

Mit viel Weisheit und Liebe weiss die Mutter Gottes ihre Kinder an sich zu ziehen. Sie nutzt dazu Mittel wie den Rosenkranz und das Skapulier. Mir scheint das ganz gute Mittel zu sein, um andere vom Rand des Abgrundes zurückzuziehen. Fatima kann erschreckend sein, aber mit einer kleinen Ermutigung zum Gehorsam und nicht ohne ein kleinwenig Romantik können wir unsere Welt zur Umkehr bewegen. Durch einen gewissen Verzicht kann unsere Welt wieder auf den Weg der Freude und des Glücks des ewigen Lebens gelangen, so wie es unsere Berufung ist, so wie es Gott will und wie er es uns durch die Mutter Gottes in Fatima lehrt.

«Wenn Christus, unser Leben, offenbar wird, dann werdet auch ihr mit ihm offenbar werden in Herrlichkeit.»


Gelobt sei Jesus Christus!




Coming Home, Part 2

Back in May in Fischingen, I had the incomparable experience of celebrating my very first Pontifical High Mass according to the 1962 Missal. Today, 12 September, feast of the Holy Name of Mary, in St. Pelagiberg, other dear friends helped carry me through my very first Missa Prelatitia! Roughly described, it is a bishop's low Mass assisted by two priest chaplains and a server. They assured me I did well.

I want, in all simplicity, to express the wish, my fervent prayer really, that the incomparable experience of the usus antiquior would reach many more bishops and priests as celebrants. Obviously, I wish the experience for the laity as well.

No doubt there is no easy answer as to why a half century and more ago some of the proponents of the liturgical movement were so bent on casting off our birthright, the Mass of the Ages, set as it should be in the vital context of a thoroughly Catholic way of living.

May the Lord grant pardon to iconoclasts and deliverance to His Bride the Church today for tomorrow. We make our prayer calling on the Holy Name of Mary, confident in her powerful intercession before her Divine Son!



PROPERANTES ADVENTUM DIEI DEI

Sunday, September 10, 2017

From the Heart and Before God

Kirchweihfest am 10. September 2017
Ez 33:7-9
Rom 13:8-10
Mt 18:15-20

Gelobt sei Jesus Christus!

Es ist etwas sehr Schönes und zugleich auch etwas gewöhnliches, eine Kilbi – ein Kirchweihfest zu feiern. Die Lesungen der Heiligen Schrift, die wir im Lektionar für ein solches Fest wählen könnten, sprechen vor allem von der Kirche als Versammlung des Volkes Gottes, von einem Gebäude, welches vom Hl. Geist mit lebendigen Steinen erbaut wurde, also von uns Getauften. Vielleicht ist es gerade deshalb, dass ich mich entschieden habe, bei den Lesungen des heutigen 23. Sonntag im Jahreskreis zu bleiben. Die heutigen Lesungen sprechen von der Dynamik der Kirche seins. Sie sprechen von Gott, der unsere Gebete hört, von Gott, der unser Leben lenkt. Es ist eine Dynamik, die von Gott und seinem Willen ausgeht und auf unsere Pflichten gegenüber Gott und den Mitchristen ausgerichtet ist. Die Lesungen sprechen von unserer Pflicht, um unseres Heiles willen die andern zur Treue zum Evangelium zu ermahnen, zur Treue zum Wort Gottes. Wir können nicht zulassen, dass die andern in der Sünde und im Irrtum verbleiben. Auch wir haben eine prophetische Aufgabe zum Heil der andern.

Diese Ermahnungspflicht des Propheten haben die Priester als Hauptverantwortlichen, als guten Hirten, inne. Leider sind wir nicht immer ganz überzeugend oder erfolgreich beim Predigen. Wieso denn? Vielleicht der am meisten verbreitete Vorwurf gegen die katholischen Priester ist derjenige, dass wir in unseren Predigten langweilig seien und unfähig, die in den Kirchenbänken zuhörenden Menschen zu begeistern. Ich persönlich erinnere mich daran, dass ich als Jugendlicher und junge Erwachsene die Priester vor allem wegen ihrer Lebensführung schätzte. Deswegen versuchte ich stets, irgendetwas aus ihren Predigten zu lernen, auch wenn diese Predigten nicht besonders fantasievoll oder begeisternd waren. Entscheidend war für mich, dass die Worte ehrlich waren, dass der Mann, der sie sprach ein ehrlicher Mann war. Ich versuchte etwas aus den Worten des Predigers zu lernen, weil ich den Prediger als guten und ehrlichen Mann schätzte. Ich glaube auch heute noch, dass für uns alle die Integrität der Persönlichkeit, die Ehrlichkeit des Menschen viel wichtiger ist für unseren Respekt und unsere Lernbereitschaft, als die Eloquenz und Geschmeidigkeit seiner Rede.

Wir haben aus der Hl. Schrift gelernt, dass der Glaube vom Hören kommt. Ich muss bekennen, dass ich absolut davon überzeugt bin, dass der entscheidende Punkt für den Erfolg und die Wirkung einer Predigt nicht bei der Form der Rede, in der Kunst zu sprechen, also in der Rhetorik des Predigers liegt, sondern beim Herzen des Zuhörers. Im Herzen des Hörers entscheidet sich die Wirkung der Rede. Im Herzen des Hörers findet das Wort Aufnahme, entsteht die Begeisterung, erwächst Umkehr. Das Herz ist der Ort des Hörens. Das Herz ist der locus, der Ort, der über den Erfolg einer Predigt entscheidet. Auch im Gleichnis vom Sämann des Wortes Gottes hängt vieles davon ab, auf was für einen Boden der Samen fällt. Das Herz ist der wahre und eigentliche Ort des Hörens.

Die Botschaft der heutigen Lesungen kreist um die Verantwortung des Propheten, zu ermahnen, und ebenso um die Gewissenspflicht eines jeden, der dazu bestimmt ist, den Sünder zur Umkehr, zur Erneuerung seines Lebens zu führen. Diejenigen, welche auf das prophetische Wort, also auf das Wort Gottes antworten sollten, haben manchmal ein verhärtetes Herz, ein Herz, welches nicht auf die Stimme des Herrn hören will. Der Prediger muss alles tun, was er kann, um diese Herzen zu erreichen. Das ist ein Teil der Botschaft von heute.

Ich möchte aber auch von einem weiteren Gedanken des Evangeliums sprechen: Ich möchte sprechen von unseren an Gott und sein immer hörendes Herz gerichteten Bitten. Das Herzen Gottes irrt sich nie im Hören und verstehen der menschlichen Worte. Es beurteilt unser Bitten und Gebete souverän und gerecht. Ich möchte von Gott sprechen, der unsere Bitten und Gebete erhört. So verstehe ich den Sinn der ermutigenden Worte im Evangelium:
«Alles, was zwei von euch auf Erden gemeinsam erbitten, werden sie von meinem himmlischen Vater erhalten. Denn wo zwei oder drei in meinem Namen versammelt sind, da bin ich mitten unter ihnen.»

Es kann sein, dass der Zuhörer im Kirchenbank die Worte des Predigers falsch beurteilt – aber Gott, der Richter der Welt erforscht die Herzen der Menschen und er irrt sich nie. Wenn 2 oder 3 zusammen beten und ehrlich etwas miteinander von Gott erbitten, dann wird Gott, der unsere Herzen kennt, unsere Bitten erhören. Aber warum müssen es 2 oder 3 sein? Ganz einfach, weil ich alleine mich in meinen Bitten an Gott manchmal irre. Die gemeinsame Absicht in den Herzen der Gläubigen, das gemeinsame Wollen der Kirche trägt in sich die Objektivität unserer Bitten.

Die Sünde (ich spreche hier nicht von der Erbsünde, aber von der grundlegenden Sünde, die sich zu jeder Zeit und an jedem Ort wiederholt) ist die Sünde des Stolzes. Es ist der Stolz, welcher sich nicht vor Gott beugen will. In den letzten 2000 Jahren bedeutete dies die Weigerung, sich in die Kirche einzufügen und sich von ihr führen zu lassen, weil wir meinen, wir müssten alles alleine entscheiden. Ungehorsam und Stolz gehen Hand in Hand. Die heutige Ermahnung ist die, nicht zu schweigen von dem, was das Wort Gottes sagt, nicht zu zögern, in Gottes Namen das Urteil auszusprechen. Wenn wir den andern in der Sünde lassen, so werden wir auch nicht gerettet. Wir sind Zeugen der Wahrheit, die von Oben kommt. Die Gemeinschaft von Gott mit seinem Volk drängt uns dazu, mehr noch zwingt uns dazu, Christus, dem Haupt der Kirche treu zu sein und auch treu zu sein dem Leib Christi, der Kirche. Wenn als Gläubige, welche dem Wort Gottes gehorsam sind und auch der Kirche, Gott um Hilfe bitten, so können wir nicht scheitern mit unserem Auftrag, für das Heil der Welt zu wirken.

Die Gemeinschaft, die wir heute als lebendige Steine eines vom Heiligen Geiste erfülltes Gebäude feiern, drängt uns dazu, die Welt in der wir leben in aller Demut zu ermahnen, dem Wort Gottes gegenüber Gehorsam zu sein, dem Wort, das uns rettet.

«Amen, ich sage euch: Alles, was ihr auf Erden binden werdet, das wird auch im Himmel gebunden sein und alles, was ihr auf Erden lösen werdet, das wird auch im Himmel gelöst sein.»

Gelobt sei Jesus Christus!




Sunday, September 3, 2017

Serviam! Get behind me, Satan!

TWENTY-SECOND SUNDAY IN ORDINARY TIME
Installation of Parish Council,
Lectors for the Philippine Community
Seebach - 3 September 2017
 Jer 20:7-9
Rom 12:1-2
Mt 16:21-27

As Father explained when he invited me, today the Philippine Community is celebrating its new service officials, some elected, some volunteer and no doubt some pressed into service. To all those entering office today, it is really something great that you give of your time and talent for the sake of the greater community and we pray that God will prosper the community thanks to your service.

The readings for this 22nd Sunday in Ordinary Time take us to the heart of the Christian message; they talk to us of our need to embrace the Cross of Christ, to follow our beloved Lord on the path to Calvary. For any amount of recognition involved in the duties of those being honored today, there must also be generous giving of self. That goes for all of us in our life as people born to new life in the waters of Baptism.

“Then, taking him aside, Peter started to remonstrate with him. ‘Heaven preserve you, Lord;’ he said, ‘this must not happen to you.’ But he turned and said to Peter, ‘Get behind me, Satan! You are an obstacle in my path, because the way you think is not God’s way but man’s.’ Then Jesus said to his disciples, ‘If anyone wants to be a follower of mine, let him renounce himself and take up his cross and follow me. For anyone who wants to save his life will lose it; but anyone who loses his life for my sake will find it.”

The drama of this exchange between Peter and Jesus is unmistakable; it has to be one of the most heart-wrenching passages in the whole Gospel. Jesus is reprimanding Peter, but you can hear the hurt or disappointment in His voice as He does so. In today’s first reading, the prophet Jeremiah makes it very clear just how painful it can be to follow the Lord’s call to be His messenger. Jesus tells His disciples that salvation comes to those who lose themselves for His sake. The key word in all of this is “sacrifice”.

Since forever and a day (think back almost 2000 years to Peter trying to discourage Jesus from the way of the Cross) in our dealings with God, we, His People, have wanted to write our own ticket; we try to dictate the terms of our discipleship. We balk at the very notion of keeping company with a Savior crowned with thorns. We pay lip service to that which is most central to following Christ: we bishops do it when we complain like Jeremiah of our hard lot; priests do it when they fail to give of themselves totally or they shy away from loving their people enough to challenge them to live the full Gospel. Married people? How do those vows go again? “For better, for worse, for richer, for poorer, in sickness and in health, until death do us part”?  It’s all about the Cross and often enough we do not measure up; we fail and deserve a harsh word from Jesus like His “Get behind me, Satan!” to St. Peter.

Recall our Second Reading, St. Paul’s words to the Romans:
“Think of God’s mercy, my brothers, and worship him, I beg you, in a way that is worthy of thinking beings, by offering your living bodies as a holy sacrifice, truly pleasing to God. Do not model yourselves on the behaviour of the world around you, but let your behaviour change, modelled by your new mind. This is the only way to discover the will of God and know what is good, what it is that God wants, what is the perfect thing to do.”

What is this “behavior of the world” that St. Paul is warning about, as he asks us to change? Certainly, it is not God’s will, it is not the perfect thing to do. We are speaking about the prevailing culture, if you will, the way things are done whether back in Paul’s day or now in our own. What we mean by behavior of the world mostly has to do with slacking and compromising. It is the tendency to balk at what was obvious for our parents’ generation: assisting at Mass on all Sundays and Holy Days of obligation, examining our conscience and making a good confession if we need to before receiving Holy Communion, at home praying before meals and before bed, and offering our day to the Lord first thing when we awake. What used to be normal is now almost heroic and a share in the Cross. We may complain like Jeremiah, but neither St. Paul nor Jesus would have it any other way. I bring up these things because the spirit of this world contests them and gives a pass on being polite or charitable, which of course we also must do.

Fulfilling the obligations involved with the bonds of marriage and family, living virtuously as young people and singles, refusing to go with the flow, living every day in the shadow of Christ’s Cross is God’s will for us and our joy. The duties proper to our state in life are the very same from one generation to another; I cannot wish myself somebody else or pretend that others repay me every kindness or just plain serve me first. This is high culture, as far as I am concerned, and faithfulness to the Gospel. If you were first to live this way at home, at work and at school, you could calm a bit of the anxiety and perhaps witness to others about a possible solution to the refugee question which upsets so many people in Europe. I am thinking of the way the Coptic Christians of Egypt have embraced the Cross and challenged the Moslem majority to think again about right order in society. We pray that our neighbors here and there would come to know Christ crucified and accept His gentle yoke for the sake of the life of the world.

We, like Peter, sometimes think we are entitled to things out of justice. I guess we are as long as they do not get in the way of Christ’s work of salvation for us, for our families, for all those around us. In sorting things out what counts is being able to stand with Jesus and to find or place there with His Cross at the center of our everyday life.

Our Catholic tradition attributes to Lucifer, now called Satan, the prince of the fallen angels, a big “No!” to God in the words: “I will not serve”. Back in the devil’s face, many of the greatest saints and spiritual movements in the Church have adopted the Latin motto: “Serviam” (I will serve! or Let me serve!). May we do the same and never retreat from embracing the Cross of Jesus in our daily lives, both in big ways and in small! Serviam! Lord, let me serve as You in your boundless love for me and for our world would have me! Yes! Serviam!


That our world would be saved and the Holy Name of Jesus be praised by one and all!